nahual, 2002 - 2004
NAHUAL - Double self-portrait
L’immagine rielaborata di un ragno intento a tessere le propria tela, offre lo spunto a Raffaele Di Vaia per la sua ultima creazione: un film d’artista in cui si mescolano memoria e invenzione, su uno sfondo di citazioni colte e leggende popolari.
L’intuizione che diventa ossessione e la pulsione che induce l’artificio sono al centro del racconto costruito sull’analogia stridente di natura e volontà, che è principalmente una riflessione oggettivata sul lavoro dell’artista: il proprio (con cui egli si esprime) riprodotto nell’altrui (di cui egli, di volta in volta, si alimenta).
Con la minuzia di un ragno sulla preda, l’artista si avventa sull’opera che ferma, disseziona e sviscera in fotogrammi allineati senza colore e senza dramma, attraverso il medium tecnologico che si rivela, al contempo, materia duttile e algido strumento di analisi.
L’artista nello studio. La bestia dalla tana.
Nel sonno, all’improvviso, si avverte una presenza emergere dall’ombra. Dapprima l’odore in lontananza, poi le lunghe zampe sulla testa, che si ribella in una lotta corpo a corpo simulata con movimenti frenetici e convulsi.
Nel breve tempo di un sogno dilatato, che rievoca timori atavici e fantasie dell’infanzia, crollano le difese della veglia ed il ribrezzo cede alla curiosità.
Entusiasmo e rivelazione in un ultimo barlume di coscienza: preda apparente del velenifero potere della bestia, l’artista si esibisce in una danza ed ha inizio la metamorfosi kafkiana.
L’artista nella tana della bestia. La bestia nello studio dell’artista.
Corruzione e rigenerazione. I piani si intersecano, come le immagini, le identità si confondono.
Gli opposti si scoprono complici e, nello sguardo allucinato dell’artista, lo spettatore assente è vittima della trappola, effimera e fatale, che l’uno ha teso fuori di sé attraverso l’altro.
A filo doppio, in prospettiva alternata.
Desdemona Ventroni